Lucia Annunziata, Oriana Fallaci: chi sono state, chi sono “l’eredi” di Matilde Serao, giornalista e scrittrice, testimone del suo tempo?

Di Cora Craus –
Per capacità e passione, Lucia Annunziata, anche per il suo essere napoletana, è stata più volte definita “l’erede” naturale di Matilde Serao. Concordo su passione e capacità, e aggiungo che Lucia Annunziata non si è mai fatta travolgere né dall’arroganza né dalla seduzione del potere, né si è lasciata ammaliare dal bel mondo, fino a permettergli di ironizzare sottilmente sulla sua persona, come accadeva alla Serao, che poi, in qualche modo, nelle sue opere di letteratura, cercava la catarsi, il rimarginarsi delle ferite; mentre l’Annunziata ha sempre gestito e, qualche volta, messo “in soggezione” il potere.
Ma, anche, un altro nome ha fatto capolino nella mia memoria: Oriana Fallaci, facendo sorgere in me l’“impressione”, più che l’idea, che la giornalista toscana possa essere considerata l’“erede” di Matilde Serao – impressione scaturita leggendo le biografie, le notizie su entrambe. Parlo di impressione e non di “idea” perché questo richiederebbe maggior approfondimento, analisi seria delle due personalità e dei loro scritti. Né, per il momento, ho trovato alcun lavoro già pubblicato su questa che resta una mia vaga fascinazione.
Per grandi linee, ho ragionato così: il forte ruolo che entrambe hanno avuto nella cultura italiana, due donne, giornaliste, scrittrici, due pioniere, ciascuna del suo tempo, che hanno usato la penna per entrare nello scontro pubblico senza chiedere permesso o, meglio, “imponendo le loro regole”. Tutt’e due hanno rifiutato il ruolo – di per sé di difficile attuazione o, per dirla in maniera spiccia, la posizione ipocrita – di “osservatrice imparziale”. Lo stile della Serao in questo non essere imparziale è più commiserevole e compassionevole, mentre quello della Fallaci è più sferzante e sprezzante.
In più, entrambe hanno sempre rifiutato di dirsi femministe o simpatizzanti tali. E qui, permettetemi una digressione personale: presa dall’ammirazione nei loro confronti, ho sempre considerato questo loro prendere tali distanze come un “vezzo da prima donna”, chiedo loro scusa. Leggendo alcune affermazioni e più di una biografia, in realtà viene fuori la loro visione: lottavano, o meglio, denunciavano il marcio di una società, l’orrore dietro le guerre, la corruzione del potere, ma lottavano da sole e non prevedevano il coinvolgimento di altre donne né come punto di partenza, né come obiettivo minimo da raggiungere, pur denunciandone in maniera viva le condizioni e lo sfruttamento o l’impedimento ad accedere ad alcuni incarichi, ad alcuni ruoli considerati “invalicabili per le donne”.
Ricordiamo che la Fallaci è stata la prima donna inviata di guerra – fino ad allora appannaggio, senza se e senza ma, del genere maschile – lo fece nel 1967 in Vietnam. Lo so: Oriana Fallaci, “la giornalista di destra”, ma non possiamo certo dimenticare che a soli 14 anni, con il nome di battaglia “Emilia”, fu staffetta partigiana.
Due donne, due epoche, due guerre mondiali, infinite trasformazioni della società, un solo filo conduttore: la passione, la determinazione di chi non si arrende, di chi non chiede permesso.
Devo confessare che non credo all’idea di “eredi intellettuali”, perché vorrebbe dire ereditarne l’anima, la forza interiore; sappiamo che ciò, razionalmente, non è possibile. Mentre sono fermamente convinta che l’ammirazione, il desiderio di emulazione che alberga in ciascuno di noi verso determinati personaggi, o meglio, l’idea che ci facciamo di loro attraverso le loro opere, le loro biografie, possa essere – consapevole o meno – di esempio, di stimolo, di emulazione del loro coraggio.