ED Intervista

Numa: “La mia vita immersa nell’amore e nella musica” – parte 2

di Emanuela Federici –

Seduta sul divano accanto a Emanuela Palmer, continuavo a tenere d’occhio l’orologio, tristemente angosciata dall’idea di dover prima o poi lasciare quella casa così intrisa di talento. Era già passata almeno un’ora dal mio arrivo e stavo tentando di immaginare in quale ordine porre le domande che mi frullavano per la testa. Erano parecchie e tutte importanti… almeno per me! Avevamo già parlato dei suoi progetti internazionali, i due brani prodotti dal marito, Phil Palmer, e delle versioni italiane, scritte da una colonna portante della musica italiana (di cui, mi dispiace, non posso ancora dire il nome!). Mi venne allora in mente che non ero ancora riuscita a chiarire un mio dubbio amletico:

Com’è nato il tuo nome d’arte, Numa?

Sorrise. “Nasce come omaggio a mia figlia e al suo papà. Quando ero ragazza il mio ex marito mi chiamò affettuosamente ‘Numa’, visto che tutti mi chiamavano ‘Manu’. Poi anche a mia figlia piacque. La ragione per la quale faccio questo omaggio a loro, però, è che credo profondamente che ogni parte della nostra vita sia un tassello fondamentale e unico, innegabile per la nostra crescita. Dobbiamo accettare tutto quello che ci è successo e farne tesoro. Come una perla di una collana, rappresenta un momento importante della mia vita. Devo dire che mia figlia Serena è un angelo. Di una generosità e di una dolcezza inarrivabili… Un cuore immenso, col quale ha accompagnato la sua mamma, nonostante la sua giovane età, attraverso tutte le difficoltà che può portare una separazione. Se non avessi avuto lei non ce l’avrei mai fatta. Siamo cresciute insieme. Le sono profondamente grata per questo e per com’è. All’epoca così piccola, eppure così matura… E così consapevole della sofferenza della mamma! Quando ne ho avuto bisogno ho capito che lei non era schierata con me in quanto figlia, ma era al mio fianco con maturità e serietà, pronta a consigliarmi e a sostenermi da persona a persona”. 

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È un bellissimo rapporto il vostro, si sente da come ne parli! A parte il suo supporto come sei riuscita ad affrontare e a superare questo momento di difficoltà?

“Devo ammettere di aver sofferto tantissimo durante tutta la mia adolescenza, fino a verso i 30 anni. Cercavo sempre il mio posto e non lo trovavo mai. Non mi bastava semplicemente stare al mondo. Cercavo la mia missione, quel valore aggiunto che raggiungi solo quando comprendi il senso più profondo della vita. Non avevo ancora compreso il significato di quelle esperienze che all’epoca definivo negative e che invece nascondevano degli importanti insegnamenti e delle vere e proprie lezioni di vita. Sembrava che ogni scelta che facessi fosse sbagliata, il lavoro zoppicava, mi ero già separata dal papà di mia figlia, mi ero innamorata di un uomo che era in crisi con il suo matrimonio e che aveva già due figli… In più non avevo un buon rapporto con mio padre… Insomma un disastro! Eppure era lì la terra del budda: il luogo dove io dovevo fare la mia rivoluzione umana, crescere, maturare e prendere la giusta direzione nella mia vita. Con l’esperienza artistica sono riuscita a trovare il modo per creare quel dialogo e quell’empatia con gli altri, che mi hanno aiutata a focalizzare il mio ruolo e ciò che mi faceva felice, e mi hanno aiutata a sviluppare saggezza e rispetto per me stessa. E’ stato molto difficile. Un percorso che mi ha fatto capire quanto noi possiamo essere fondamentali nella percezione delle nostre esperienze. Non esistono esperienze realmente negative. Sta a noi decidere se affrontarle come un qualcosa che ci aiuti a maturare, o se farle diventare motivo di sofferenza. La sofferenza nasce anche quando crediamo che le difficoltà che incontriamo siano al di fuori del nostro controllo. Ma niente è casuale. Spesso le subiamo passivamente, dando la colpa ad agenti esterni invece di assumercene la responsabilità. Non accettiamo che in qualche maniera quel problema, quell’ostacolo, ci riguarda ed è connesso con noi. Quando, però, capiamo il senso di tanti eventi ed esperienze e la loro connessione nella nostra vita e le riusciamo a trasformare, a sciogliere, solo allora possiamo farne tesoro e lasciarle andare. Ora ho capito che non mi serve portarmi dietro questa sofferenza. Sono grata di averla vissuta perché mi ha fatto capire chi sono oggi. È stata parte di un percorso di vita in cui dovevo comprendere come relazionarmi con me stessa e con le altre persone. Quando sono cambiata io all’improvviso tutto intorno a me è cambiato. Mio padre è oggi la persona che più mi sostiene e che più mi è vicina al mondo, il mio lavoro è esploso, e quell’uomo straniero allora non libero ed in crisi, oggi è mio marito e ci lega un rapporto fatto di amore e di gioia. Dobbiamo cercare di imparare dalla vita e capire cosa ci sta dicendo”.

So che sei buddista. Pensi che la religione possa aiutare a raggiungere questa condizione di serenità?

“Il buddismo giapponese che pratico è quello di Nichiren Daishonin. Ed oggi posso dire di essere una persona felice grazie a questa fede che ho abbracciato. In generale comunque ho un grande rispetto per tutte le persone che hanno una fede religiosa o una filosofia di vita, perché penso che chiunque preghi, chiunque cerchi di spegnere l’aspetto razionale per nutrire la propria anima, debba godere della massima stima. Spero però che questi percorsi religiosi sviluppino poi nella persona una consapevolezza, una grande compassione e una grande empatia. Perché gli altri siamo noi. E sta proprio a noi decidere se con questa frase abbiamo detto una grande verità o una gran banalità. Io pratico buddismo da vent’anni, ma sono in totale armonia e ho un profondo rispetto per chiunque pratichi un’altra religione. Non potrei mai imporre un percorso spirituale a nessuno, eppure lo auguro a chiunque. E soprattutto auguro di acquisire uno spirito di ricerca in grado di portare a farsi delle domande e di trovare anche le giuste risposte, non a livello intellettivo, chiaramente, ma a livello spirituale. Auguro a tutti di trovare la loro missione nella vita. Si dovrebbe andare oltre se stessi, trascendere la realtà tangibile e capire che la vita è eterna ma, affinché si possa migliorare il futuro, dobbiamo concentrarci solo sull’attimo presente, ovvero quello che in ogni momento decidiamo di essere e di fare. Dobbiamo capire che ogni altra persona è la nostra stessa vita. Che l’individuo di per se è immenso, ma non può esistere senza essere unito a tutto ciò che ha intorno. Perché restare soli nella propria individualità rende vulnerabili e disconnessi con un ‘tutto’ più grande. Ci disconnette dall’amore. Ed è solo accorgendosi che l’individuo non è separato dal resto del mondo che si diventa fortissimi e soprattutto empatici”.

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Ho letto in un’intervista che hai rilasciato che ti piacciono gli artisti che sanno differenziarsi dagli altri. Secondo te, nel tentativo di essere speciali, non si rischia di forzarsi troppo e di abbandonare se stessi?

“Penso che dovremmo riuscire a sviluppare la consapevolezza di essere unici già solo perché siamo venuti al mondo. Siamo esseri irripetibili. Poi c’è un discorso musicale, che è diverso, in cui si dovrebbe cercare di essere diversi, di non copiare tutto ciò che è già stato ampiamente sfruttato. La domanda è: come riusciamo a rimanere originali? Cercando di essere il più possibile fedeli a noi stessi. Dobbiamo sviluppare la fiducia in questa nostra unicità. Se nella musica cercassimo di fare ciò che più si avvicina a noi stessi, staremmo già facendo qualcosa di irripetibile. Nel mondo della musica vince il prodotto autentico e sincero, proprio della persona che si stima e che quindi non sminuisce se stessa. Ed è in questo modo che escono fuori i brani più importanti. Ricordiamoci che il ritornello di ‘Let it be’ dei Beatles presenta solo cinque accordi, ‘Volare’ ne ha pochi di più… Abbiamo la prova che esprimendo la semplicità che si ha nel cuore, si ha la possibilità di creare qualcosa di straordinario. Mi rendo conto che è difficile sviluppare un prodotto musicale realmente diverso da quelli già esistenti, ma sicuramente è ancora possibile fare progetti musicali genuini, che toccano il cuore. Io vedo tanti artisti giovani che si assomigliano molto. Ma ognuno di loro ha la propria anima e la propria emozione da trasmettere. E’ una sottile linea di demarcazione dove l’unica fuga dall’omologazione è metterci tanto cuore e talento. Ed è importante, perché la musica serve a questo. La nostra esperienza ci ha fatto capire quanto sia essenziale dare. La musica può creare solidarietà, consapevolezza, gioia, combattività costruttiva. Può farti compagnia, asciugarti le lacrime. E’ il linguaggio più compassionevole e più potente che esista sulla faccia della terra. Quindi è strabiliante pensare alla fortuna che si ha nel poterlo usare per fare opere di bene per gli altri, prima che per se stessi. E’ una scelta consapevole di dover dare un contributo. Per la vita. Per l’amore”.

 

Ero rapita dalle sue parole. Avevo capito che, in fin dei conti, questa intervista stava aiutando più me che lei o il giornale. Mi stava aprendo la mente, facendo mettere in dubbio delle questioni che prima davo per scontato. E la prospettiva che mi si presentava davanti era quella di una vita che va vissuta con la consapevolezza di avere tanto da fare, per se stessi e per gli altri. E quante altre risposte mi avrebbe dato prima della fine…

 

Foto: Filippo M. Gianfelice, Roberto Rocco, Carola Gatta e Marco Buresti

Stylist: Peter Langner

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