ED CulturaED LibriED Racconta

“Una fioraia” nella rubrica “Le donne di Matilde Serao: radiografia di un’epoca”

foto AI

Di Cora Craus –

La donna di oggi, nel nostro viaggio nella rubrica “Le donne di Matilde Serao: radiografia di un’epoca”, è una bimba di sette anni che l’autrice descrive con un dolore e un verismo in cui non c’è posto per il pietismo, ma solo per una rabbia soffocata: “stecchita, esangue, busto legnoso”. È la negazione dell’infanzia; è la triste realtà e la dura eredità del “di madre in figlia”.

Anche la mamma chiedeva l’elemosina e morì giovanissima di tifo, lasciando la figlia di pochi anni nelle stesse condizioni: una creatura abbandonata a sé stessa. Non c’è traccia di Stato, non c’è traccia di orfanotrofio, non c’è traccia di Dame di carità. “Era una mendica. Aveva fame, aveva freddo, aveva sete. Aveva le gambe nude, i piedini scalzi che si deformavano nella mota. In quel gelido giorno di febbraio, ella non portava che una camicia e un sottanino lacero e sfrangiato, mantenuto su, alla cinta, da uno spago. Aggrovigliato al collo, un brandello di ciarpa all’uncinetto. Niente altro. La bimba era molto magra, quasi stecchita: dagli strappi della camicia e del sottanino si vedeva una carnagione esangue, cinerea; sotto la ciarpa si vedevano le due ossa clavicolari sporgenti, come se volessero bucare la pelle; s’indovinava la meschinità malaticcia di quel busto legnoso di bambina. Le spalle erano aguzze, curve, come quelle di chi si raggricchia sempre per freddo o per chetare lo spasimo dello stomaco. Un volto serio e grave, con la medesima tinta plumbea del corpo; rugata la fronte breve; corrugate le sottili sopracciglia, troppo grandi gli occhi dalla palpebra bigia, sottolineati di bistro, incavernati, profondi; duro, rigido il profilo, già formato come quello di una donna; la bocca stretta, chiusa, le labbra pallide, senza fremiti, con due rughe agli angoli. Ella aveva sette anni.”

Sono emerse vivide in me le atmosfere dickensiane, i bambini descritti dal grande scrittore con la loro forza e disperazione: come loro, la piccola napoletana è orfana in una metropoli arida e mostruosa; come loro, la nostra piccola fioraia cammina rasentando i muri e conosce solo fame, fango e paura. Non faccio fatica a immaginarla, guardata come un animale randagio, come un topo nei vicoli di Napoli.

Il titolo della novella “Una fioraia” lo si deve a un gesto di distratta carità che la piccola riceve da una bella e ricca fioraia, la quale le regala dei garofani. La bimba li vende per un soldo e compra un panino e, mentre attraversa felice la strada, viene travolta dalla carrozza di una ricca signora.  Che è sconvolta e addolorata, certo, ma non scende dalla carrozza.

 La piccola mendicante che per un attimo, aveva vissuto un ruolo diverso dal suo destino, che per la prima volta aveva provato a sorridere alla speranza, muore per strada, con un garofano sul petto e il pane in mano.

È una delle novelle più amare di Serao, popolata da “figure” di donna. Il termine che mi sovviene è archetipi: sembrano ologrammi, perché nessuna di loro acquista un ruolo davvero umano verso la bimba che, per libera associazione, definisco la Cosetta di Victor Hugo che non diventerà mai grande.

Previous post

Al Conservatorio Respighi di Latina, la musica dell’ARAM Trio e l’arte di Ine Sergeyan si abbracciano

Next post

Delitti e mostri: Halloween accende il Teatro Fellini

Cora Craus

Cora Craus

Giornalista