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I perché dell’Agro Redento, i perché di Mussolini

di Marina Cozzo –

“Alla bonifica integrale si provvede per scopi di pubblico interesse, mediante opere di bonifica e di miglioramento fondiario. Le opere di bonifica sono quelle che si compiono in base ad un piano generale di lavori e di attività coordinate, con rilevanti vantaggi igienici, demografici, economici o sociali, in comprensori in cui cadano laghi, stagni, paludi e terre paludose, o costituiti da terreni montani dissestati nei riguardi idrogeologici e forestali, ovvero da terreni, estensivamente utilizzati per gravi cause d’ordine fisico e sociale, e suscettibili, rimosse queste, di una radicale trasformazione dell’ordinamento produttivo…”, recita la Legge Quadro della Bonifica Integrale n. 215 del 13 febbraio 1933, detta anche Legge Serpieri, voluta dal capo del governo ed inserita tre le iniziative legislative di quegli anni.
Essa rappresentava l’unico modo per raggiungere la tanto agognata autosufficienza alimentare e, quindi la conseguente libertà in politica estera.

Del resto Mussolini stesso, in tempi precedenti urlava alle folle del popolo d’Italia: “Se verso il 1950, avremmo ancora bisogno d’importare dall’estero trenta milioni di quintali di grano e non avremo redenti nemmeno gli ottocentomila ettari di terreno paludoso, noi saremo costretti a fare la politica che piacerà allo stato nostro fornitore di grano: Russia o America. Pane, dunque, ma anche libertà di manovra politica sullo scenario internazionale, un palcoscenico, del resto, in cui l’Italia non aveva mai recitato più di un paio di battute. Pane, politica estera ma anche, e soprattutto, politica interna.”

Con l’instaurazione del regime, Mussolini si ritrovò a lavorare duramente di fino per sovvertire anche il suo intimo essere rivoluzionario, poiché le realtà che andava ad affrontare politiche molto pacate e diplomatiche.
Intanto, si procedette ad avviare un sistema corporativo con la promulgazione della Carta del Lavoro: il primo dei tentativi fascisti per ordinare e razionalizzare la questione sociale in seno allo Stato, non contro lo Stato, bensì per e con lo Stato.

Quest’ultimo del resto non poteva più essere percepito dalla popolazione come un’entità avulsa dalla quotidianità, come nel passato periodo liberale, ma come il naturale prolungamento organizzativo della volontà nazionale tutta.
Tutti, tra industriali, agrari, operai, mezzadri e braccianti d’ora in avanti avrebbero cooperato per un fine comune.
Fu una grande impresa sociale quella di voler convogliare i ricchi e potenti con le masse in un’unica entità una unica volontà statale.
Ecco, la Bonifica Integrale va vista come una battaglia in cui tutti cooperavano per il bene della nazione e da cui uscissero una nuova nazione e un nuovo popolo.

Così vennero a concretizzarsi Opere e consorzi, controllati dallo stato.
Con un dispendio incalcolabile dal punto di vista economico, ma anche umano, dalla fine degli anni venti agli ultimi mesi del 1942 furono strappati alle acque, al latifondo e alla malaria più di otto milioni di ettari di terra in tutta Italia: dall’Agro Pontino al Tavoliere, dalla Sardegna alla Sicilia, dal ferrarese alla Dalmazia, l’Italia fu bonificata, redenta e soprattutto appoderata, resa vivibile e vissuta.

Naturalmente il progetto incontrò molti ostacoli sia gli agrari stessi, che non volevano rinunciare i vecchi privilegi feudali; sia gli industriali che vedevano molte risorse statali dirottate nel settore primario; ma anche la chiesa che vedeva questo intervento verso il popolo come una sottrazione dei poveri da accudire.
Così, tra le lamentele e l’approssimarsi della campagna etiopica,  il governo pose un freno, intorno al 1935, agli investimenti.
Ma, seppur ridimensionata, la bonifica integrale del fascismo rimane l’opera pubblica più incredibile e imponente mai intrapresa in Italia.
Centinaia di migliaia di ettari di terra di latifondo ridistribuiti alla popolazione bracciantile, che da nullatenente si ritrovò ad essere proprietaria della terra che lavorava, milioni di ettari strappati alle paludi, centoquarantasette nuovi comuni, borghi o insediamenti rurali edificati, malaria debellata e autosufficienza alimentare raggiunta.
Insomma, fu un enorme successo che diede lustro al regime dentro e fuori i confini nazionali.

E il lustro lo si vede ancora riflesso tra quei marmi usati per la costruzione di nuove città, che ancora continuano il loro sviluppo e il loro progresso, come se la spinta iniziale ancora avesse energia.
Così, qualunque siano stati i perché della Bonifica e di Mussolini, essi rimarranno nella storia un’epopea tutta italiana.
Che tuttavia, ancora oggi, fa serpeggiare dell’amaro in bocca, se pensiamo all’atroce e assurda distruzione di quanto sia stato voluto e generato con tanta passione e cura.

 

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Marina Cozzo

Marina Cozzo

Giornalista