“Il romanzo di Ramses” di Salvatore D’Incertopadre

Di Cora Craus –
Il fulcro de “Il romanzo di Ramses” di Salvatore D’Incertopadre l’abbiamo individuato fin dalle prime righe in una sola parola: potere. E non parliamo solo di quello del Faraone, troppo ovvio, troppo scontato. No. Il potere attraversa il libro in modo pervasivo e diventa, a tratti, l’unica ancora di salvezza, l’appiglio a cui tutti i personaggi si aggrappano, a ogni livello.
Leggendo, ci è sorta spontanea una domanda: quanto può cambiare una persona, in modo consapevole o inconscio, proprio a causa del potere? L’interrogativo nasce da un lieve battibecco tra il faraone Seti I e sua moglie Tuia, i genitori di Ramses.
Ma prima di proseguire, vediamo cosa dice, in sintesi, il dizionario di filosofia alla voce “potere”: è la capacità che ha una persona di ottenere ciò che vuole, in un ambito preciso della vita sociale, anche se qualcun altro non è d’accordo. Ora leggendo il libro appare chiaro che i 70 anni di regno di Ramses siano stati il frutto continuo di poteri, ambizioni e, a volte, solo legittimi desideri violentemente contrapposti, non vi sono dubbi… forse!
Non vorrei spaventare i lettori con queste riflessioni. In realtà “Il romanzo di Ramses” è sì un romanzo di potere. Ma è, ancora più un Cozy Comedy Story: un romanzo antistress. Perché?
Perché è costruito intorno ai sentimenti e alle emozioni, vissuti in presa diretta attraverso i dialoghi tra i personaggi, mentre, tutto ciò che è forte, negativo, “noir” – dalle cruente battaglie di guerra ai tradimenti – non viene nascosto. Ma viene raccontato.
È una scelta stilistica, dell’autore, che si rivela essere un punto di forza. Ed è per questo che l’ho definito un romanzo antistress, un romanzo che cura.
È una lettura che aiuta alla calma e a ritrovare fiducia nella vita attraverso i sentimenti dei personaggi. Fa rivivere la storia a colori diversi: colori di riconciliazione, di buoni sentimenti, di esempi… di ricerca spasmodica della pace, sia pure ad uso e consumo della grandezza del proprio impero.
Il romanzo, per contraddizione rispetto a tutto ciò che abbiamo appena affermato, si apre subito con una ferita molto forte: quella raccontata nel Vecchio Testamento, tra i fratelli Caino e Abele.
È un nucleo di veleno che l’umanità si trascina ancora. Non è una condanna senza appello, ma serve una grande pietas per trasformare quel veleno in qualcos’altro: in riconciliazione, in guarigione, in una nuova fraternità.
Sarà all’altezza di tale compito la storia narrata ne “Il romanzo di Ramses”?
Vi risparmiamo la manzoniana citazione: “Ai posteri l’ardua sentenza”.
Questo romanzo è la storia di un uomo che conquista quasi tutto fuori: il suo regno rappresenta uno dei momenti più alti dell’Antico Egitto; nel contempo rischia tanto dentro le mura della sua casa, in maniera drammatica, e ancora più angosciosamente tra solide e fragilissime mura del suo cuore.
Ramses vince battaglie, impone la pace, costruisce un impero che dura 70 anni. Ma a palazzo le guerre non finiscono mai: spie, veleni, complotti, mogli rivali. Il vero nemico è il potere stesso. I momenti più drammatici di “potere” per Ramses sono proprio quando deve esercitarlo a livello familiare.
Ma, come abbiamo ricordato all’inizio, il potere non è solo quello del Faraone. C’è anche quello più silenzioso e micidiale del mondo femminile che ruota intorno a lui. Figure femminili decisive, spesso l’una contro l’altra armate: Tuia, la Regina Madre; Nefertari, “la Grande Sposa Reale”; Iset, vedova del fratello del Faraone; Neferura, la giovane e bella principessa ittita; Puduhera, madre di Neferura.