Libro. “PANNI STESI” di Sara Franchin

Di Cora Craus –
Nell’essenza del libro “Panni stesi” di Sara Franchin ho colto l’imperativo, declinato in mille sfumature, tante quante sono i racconti: vedere e non solo guardare.
Il libro è una prosa poetica per un mosaico di anime dove le parole dell’autrice ci rimandano momenti struggenti e dolorosi di umanità, lasciando invisibile lo sforzo della precisione narrativa. E in un tempo in cui siamo abituati a scorrere velocemente, questo invito a fermarsi e a vedere davvero l’altro è un atto rivoluzionario.
Scrive Sara Franchin in una nota: “Considero queste pagine il mio testamento spirituale, la mia eredità di panni stesi. Non verità assolute, ma frammenti di umanità raccolti lungo la strada”.
Vediamo da vicino alcuni di questi “frammenti di umanità”.
Una storia profonda, quieta senza apparenti colpi di scena, nel racconto “Miriana e i suoi panni”, una donna, il suo senso del dovere e con qualcosa che nessuno potrà mai scalfire: la sua silenziosa, granitica dignità, appresa ed esercitata con la stessa naturalezza del suo lavoro di fornaia, con la naturalezza del pane messo a lievitare. “Aspettare che il pane lieviti è un lavoro di fiducia: lasciar fare, non forzare, attendere che quanto è stato impastato diventi ciò che deve diventare”.
Sara Franchin trasforma un mestiere invisibile in un atto sacro e Miriana nel simbolo di tutte le donne che tengono in piedi il mondo senza fare rumore.
La difficoltà dell’adolescenza, e non solo, in “Amina”, dove una mano, vera, delicata, o forse solo immaginaria, aiuta ad attraversare una soglia e a superare l’incertezza. L’incertezza di abitare una terra di mezzo, che l’autrice chiama appunto “la soglia”.
Ecco, Amina abita molte soglie: quella della sua cultura indiana, quella della sua nuova realtà italiana e quella che le fa davvero paura, cominciare la nuova scuola. Amina, una bimba, un’adolescente in cerca di una sua identità. Un racconto su quanto sia difficile essere cittadini del mondo e dove lo zainetto di scuola diventa più di una coperta di Linus, diventa il proprio personale carapace per quando devi lasciare le mura di “quella casa metà indiana e metà italiana, proprio come lei”.
E poi “Betta” e il suo amore non corrisposto ma idealizzato, che diventa comunque una ragione di vita viva ed eterea come lo sono i sogni. Betta e il suo amore per Matteo, una delle innumerevoli donne che amano troppo, che amano per due anziché in due. “…Con vampate di pensiero improvvise e il nome “Matteo” che tornava incessante, dita che aprivano la chat con lui cercando un cenno di vita, una risposta a un timido ‘buongiorno’.” La pausa di riflessione voluta da Matteo è una voragine nel cuore di Betta, un dolore che si trasformerà in ossigeno, in forza motrice per vivere finalmente la sua vera vita.

