Con il poeta Orazio lungo il “Tratto Pontino” della via Appia, Regina Viarum” di Antonio Scarsella.

Di Cora Craus –
Il libro di Scarsella è un omaggio al poeta di Venosa, l’amico di Mecenate, il grande poeta latino Orazio: un viaggio interiore, un rivivere le nostre radici e scoprire il nostro territorio; un viaggio arricchito anche da una conversazione sui vini e sulla cucina che oggi definiremmo “cucina povera”. Il libro parte da un pretesto: il riconoscimento, da parte dell’UNESCO, come sessantesimo sito italiano “Patrimonio dell’Umanità”, della storica Via Appia, la Regina Viarum.
Prima di continuare voglio riportare per intero il titolo del libro: “Con il poeta Orazio lungo il “Tratto Pontino” della via Appia, Regina Viarum” –Racconto liberamente tratto da “Le Satire” di Quinto Orazio Flacco – Libro I – Satira V”
La Via Appia è un codice vivo e attuale per capire chi siamo oggi, e ci permette di comprendere bene chi siamo stati ieri. Compito reso semplice e piacevole dallo stile: ironico, umoristico, eppure dialogante e riflessivo, e dalla linearità della narrazione. E, come scrive lo stesso autore nel prologo, vi è un’immediatezza da “copione teatrale”.
Il messaggio di Orazio, veicolato dal libro di Antonio Scarsella, è riconoscere la nostra identità e vivere in maniera attiva il nostro essere comunità; perché una comunità diventa coesa, solidale, mi spingo fino a dire felice, quando non solo conosce la sua storia, ma se ne prende cura. E il libro, secondo me, è una testimonianza di questo principio.
L’insegnamento unitario di Orazio che emerge è ricordarci quanto velocemente passino la gloria e la ricchezza. “Sic transit gloria mundi”. E lo fa citando Norba e altri luoghi a noi vicini, che furono fortezze inespugnabili, prestigiose città, e che poi sono diventati solo ricordi, rovine, affascinanti leggende.
Orazio affronta il viaggio perché ha una missione politica da portare a termine. Sappiamo che non fu coronata dal successo, ma ugualmente ci esorta a partire, “a trovare vittorie personali nella sconfitta”, riconoscendo, oltre alla missione, il valore del viaggio in sé, il valore delle soste, e ad apprezzare, se possibile, a condividere il modo di vivere diverso di chi s’incontra.
Respirare il proprio “cammino” dell’anima, dello spirito. Accumulare emozioni, conoscenza, rapporti umani. E non dimenticare mai la fragilità della vita, ma assaporando sempre il momento, che può esprimersi, anche, gustando solo un bicchiere di vino. A proposito di vino, ho apprezzato molto il decalogo del buon bevitore.
Il suo messaggio, importante ieri come oggi, è che la strada che porta a Itaca “sia lunga, fertile in avventure ed esperienze”, come avrebbe scritto qualche secolo dopo Costantino Kavafis, raccogliendone forse l’eredità morale.