Donne carnefici di altre donne. Le donne di Matilde Serao: radiografia di un’epoca.

Di Cora Craus –
“Ora, calcolate. Ogni vicolo ha la sua donna Carmela, ogni strada la sua donna Raffaela, ogni angolo di piazza ha la sua agenzia autorizzata; e in certe strade nere, ogni tre botteghe, s’impegna. Calcolate, moltiplicate, pensate alla miseria, pensate al lotto: da un lato l’avidità e la furberia: dall’altro l’onestà e l’ingenuità, il bisogno, la miseria.”
Questo passo è tratto da Il ventre di Napoli – uno dei saggi più famosi di Matilde Serao – è un reportage antropologico. La forza giornalistica si amplia fino a indossare i panni della sociologa e lo stile verista, secco e senza pietismo, descrive da una parte la disperazione e dall’altra il cinismo delle protagoniste. L’autrice non giudica, ma mostra l’infernale spirale dell’indebitamento. È un testo di una modernità sconvolgente. Quante lotte abbiamo sostenuto in questi anni contro la morsa dell’usura!
Qui l’elemento femminile è centrale: donne carnefici di altre donne. Se le vittime sono facili da immaginare – povere disgraziate che si rivolgono all’usura per la spesa, per un vestitino ai bimbi, sì, cose minime e miserabili – eppure diventa un indebitamento perpetuo. Ma chi sono le usuraie di ogni vicolo, di ogni strada, di ogni angolo di piazza? In questo brano vi sono tre tipologie di donne usuraie. Vediamole insieme.
La prima che incontriamo è Donna Carmela, grassa, grossa, verbosa e fintamente affettuosa. Già solo queste caratteristiche la rendono repellente. La sua tecnica è psicologica: prima esprime quasi compassione, poi intrappola con l’interesse anticipato. La sua forza non è fisica ma sociale: ricatta con la vergogna. Minaccia di dirlo al marito, alla padrona, al capofabbrica: il pettegolezzo trasformato in arma di estorsione.
La seconda è Donna Raffaela, l’usuraia della “roba”. Vende a credito grembiuli e fazzoletti, stoffe e applica il 10% settimanale. È più teatrale e violenta di Carmela: minaccia di strappare i vestiti di dosso alle debitrici. È l’immagine di un capitalismo misero e feroce che non muore mai: i vestiti, i fazzoletti si consumano, ma il debito resta.
La galleria si arricchisce con la figura di Donna Gabriella, l’usuraia “perbene”, l’imprenditrice del bisogno: gestisce un’agenzia autorizzata, con registro e cartella. È un Monte dei Pegni in miniatura, ma più veloce e “discreto”: applica “solo” il 5% al mese, ma deprezza gli oggetti. Il cinismo è la sua peculiarità più evidente e mortificante: indossa gli oggetti delle clienti, come un “idolo indiano a cui si sacrifichi oro e sangue”.
L’usura, ieri come oggi, è un sistema capillare che vive sull’asse miseria-avidità. Da un lato furberia, dall’altro “ingenuità”; grattando, grattando vi trovi il mondo di oggi con le sue “prime rate tra sei mesi”, il “prestito in 24 ore”, l’oro super valutato…