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Autori pontini. “Ho vissuto tre vite” di Maurizio Vaccaro

Maurizio Vaccaro, autore del romanzo “Ho vissuto tre Vite”

di Cora Craus –

Il romanzo “Ho vissuto tre vite” (Ed. Atlantide – pag. 142 – € 15)   di Maurizio Vaccaro è un viaggio a ritroso nel tempo, un viaggio alla ricerca di un proprio “centro di gravità permanente”, per dirla con Franco Battiato, un viaggio doloroso, pieno di dubbi dove l’autore sembra chiedersi chi sono io? Quali sono le mie radici? L’opera, dal sapore autobiografico, narra vicende complesse e dall’intreccio avventuroso, parte con un inizio schematico: “16 dicembre 1914. Il giorno in cui nacque mio padre. Oltre cento anni fa. Però mi ritrovo davanti agli occhi questo attestato di nascita redatto oltre diciotto anni dopo. Il 18 gennaio del 1933. Perché?” Il libro coinvolge profondamente per la narrazione viva, a tratti brutalmente realistica; vi sono pagine che ci riportano agli albori dell’Unità d’Italia che, al Sud, è costata molto più sangue, ingiustizie di quanto raccontino i libri di storia.

 La capacità descrittiva briosa e profonda nel contempo, dell’autore, permette al lettore/trice di “sentire” la sapidità delle cose, di percepire quasi senza filtro gli stati d’animo, l’emozioni dei protagonisti, di avere il privilegio di vivere il loro “qui ed ora”, di essere nel loro spazio interiore e in quello pratico, quotidiano, di abitare i luoghi che loro abitano.

 Del romanzo abbiamo apprezzato la lucida assenza di qualunque manicheismo: qui i buoni e là i cattivi, mentre, in filograna emergono forti e chiari il desiderio e la volontà di voler capire i perché dietro ai fatti, gli errori, le colpe collettive e individuali di un secolo intenso e terribile: il ‘900. Tutto filtrato attraverso – a volte atroci – vicissitudini di “trascurabili vite umane”.

Maurizio Vaccaro ricostruisce la storia, la vita della sua famiglia paterna. Una storia che inizia dopo l’Unità d’Italia e arriva ai nostri giorni, un racconto psicologico, un racconto che nasce da un’assenza: il dialogo insufficiente con il padre. E da questa esigenza nasce anche il particolarissimo stile narrativo che spiega lo stesso scrittore: “Usufruirò – volta per volta e in alcune circostanze anche insieme – delle tecniche del romanzo sperimentale e del metodo Stanislavskij”.

L’autore attraverso la vita del nonno Giovanni, il capostipite, suo padre Saverio e la madre Italia, con un io narrante in prima persona, srotola un filo d’Arianna che parte da un minuscolo paese della costa calabrese e attraversa l’oceano raggiungendo l’America con Giovanni; l’Africa e l’Europa con Saverio e Italia.

Giovanni diventa emigrante per sfuggire alla miseria e, soprattutto, al doversi arruolare a causa dell’imminente scoppio della Prima Guerra Mondiale. Intraprende l’avventuroso viaggio, affronta la fatica quasi da schiavo nel nuovo mondo. L’autore narra questa esperienza in maniera cruda trasformando le pagine in un’indagine sociologica della sua terra d’origine con quasi nessun spazio per il sentimentalismo: “Io Maria l’ho sposata, non mi sono approfittato. Lo so che non mi ama, ma da noi è così, almeno per noi poveri: le figlie, le sorelle sono solo merce di scambio”.

 Mentre c’è spazio, per una mai confessata tenerezza, narrata, o, meglio, impersonata sulla pagina da Saverio e Italia i suoi genitori con le loro terribili vicissitudini ma anche la bellezza del loro amore nato sulle macerie della distruzione della Seconda Guerra Mondiale, sulla morte di umanità, dignità e valori umani, sulla “banalità del male”, così ben stigmatizzata da Hannah Arendt, nel periodo fascista in Italia e nazista in Germania.

 L’autore grazie alla sua tecnica, di teatrale memoria, ha rivissuto sulla sua pelle, sulla sua anima la vita di tre generazioni e noi lettori/trici con lui.

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Cora Craus

Cora Craus

Giornalista