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Una voce del sud, una voce forte, una penna affilata. Matilde Serao, giornalista, scrittrice testimone del suo tempo

disegno AI

Di Cora Craus –

Matilde Serao, giornalista, scrittrice testimone del suo tempo: non posso che definirla con orgoglio e un po’ di tenero campanilismo: una voce del sud, una voce forte, una penna affilata. E, a ben vedere la sua figura ci ricorda l’importanza del giornalismo come strumento di cambiamento e la necessità di non arrendersi, di non indietreggiare davanti alle ingiustizie e alle disuguaglianze.

E questo è ancora più vero oggi, in un mondo dove la libertà di stampa e la denuncia dei soprusi sono più che mai fondamentali, ma anche difficilissimi da praticare. Serao fu una pioniera del giornalismo d’inchiesta e della cronaca, capace di grande rigore informativo ma anche di pungente sarcasmo. Basti pensare alle sue inchieste sulla povertà e le condizioni di vita a Napoli, sono esempi di un giornalismo che non si limita a raccontare la realtà, ma la interpreta e la giudica. Il cosiddetto giornalismo anglosassone – ovvero raccontare fatti senza opinione o giudizio – non era per lei!

Anzi, potremmo dire che il suo fosse un esempio di giornalismo latino-mediterraneo: non per scelta, semplicemente perché metteva sé stessa, la sua passione, la sua tenacia, il suo essere impetuosa nel lavoro. Se mi perdonate l’ardire: un Sigfrido Ranucci, un Corrado Formigli in gonnella.

E, a ben vedere la sua grande lezione come giornalista è stata rifiutare l’idea, contestualizziamo bene l’epoca, per comprenderne a fondo la portata: siamo ai primissimi anni del’900, che una donna dovesse scrivere solo di costume o di sentimenti privati. Cosa che ha fatto con immenso successo nelle varie rubriche mondane, tra cui “Api, mosconi e vespe” – una rubrica durata 41 anni, (non saprei dirvi se questo record di longevità sia stata mai battuto); e, in effetti, gli articoli poi furono raccolti nei volumi “Il saper vivere – Il Galateo Napoletano” e “L’anima dei fiori”.

Le sue rubriche mondane nel tempo si trasformarono in una forma di denuncia civile e divulgazione di buone maniere. Essere citati nelle sue rubriche era il desiderio, il piacere della vanità, e l’incubo – per come si veniva citati – dell’élite dell’epoca. E, a questo proposito, il pensiero della cronista, quando descriveva i raffinati abiti di l’una, o il sontuoso ricevimento dell’altra, partiva da questo: “Queste damine eleganti non sanno che io le conosco da cima a fondo, che le possiedo nella mia mente, che le metterò nelle mie opere…”.

Ma, al di là della mondanità, noi la giornalista Serao la ricordiamo per la sua lotta, la sua denuncia della corruzione, per essersi battuta in punta di penna per gli ultimi, i diseredati. “Il ventre di Napoli” da questo punto di vista è un capolavoro giornalistico.

 Un titolo preso a “prestito” dalla dichiarazione dell’allora Presidente del Consiglio Agostino De Pretis: “Bisogna sventrare Napoli”, nel senso di ripulirla fisicamente, politicamente e moralmente dopo l’ondata di colera che si era abbattuta su Napoli nel 1884.

Questi articoli, trasformati nella raccolta “Il ventre di Napoli” divenuta ‘emblema stessa di Matilde Serao. E, a questo proposito riporto una riflessione abbastanza recente della scrittrice, italiana di origine armena, Antonia Arslan, credo la conosciamo tutti; comunque, l’Arslan è l’autrice del romanzo da cui è stato tratto l’omonimo film: “La masseria delle allodole”. Scrive l’Arslan: “In realtà, ‘Il ventre di Napoli’ è ben più che un’inchiesta, è un’appassionata rivisitazione degli splendori passati e delle miserie attuali di una città amatissima, una città-madre, di cui la scrittrice-figlia svela il lato oscuro, il ventre malato appunto, con una scrittura dettagliata e sontuosa, venata di pietà e di indignazione”.

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Cora Craus

Cora Craus

Giornalista