Omaggio a Matilde Serao, giornalista, scrittrice testimone del suo tempo.

Di Cora Craus –
Sei volte candidata al Premio Nobel, l’ultima candidatura fu bocciata direttamente da Benito Mussolini, di cui era amica, solo che criticava l’idea fascista, mai condivisa. E tutti sappiamo quanto i regimi siano allergici alle critiche. Anche quando le critiche non sono espressamente dirette a loro… purtroppo le code di paglia sono terribilmente infiammabili. Comunque, il romanzo antimilitaristico “Mors Tua”, pubblicato nel ’26, le dette il colpo di grazia: il Nobel fu assegnato a Grazia Deledda. Donna Matilde morirà pochi mesi dopo, alla sua scrivania, scrivendo il suo pezzo per “il suo” giornale.
Oggi ci soffermiamo sulla figura della Serao giornalista. Giornalista, scrittrice, testimone del suo tempo, Matilde Serao ha lasciato un segno indelebile nella cultura e nel giornalismo. Fondatrice di giornali quali “ Il corriere di Napoli” “Il Mattino”, con il marito Edoardo Scarfoglio, e “Il Giorno”, da sola; la Serao ha utilizzato la sua penna come strumento di denuncia e di lotta per difendere Napoli, la sua città, e i suoi cittadini.
La più importante giornalista napoletana… era nata a Patrasso, in Grecia, ma tutti ricordiamo che l’antico nome di Napoli era Parthenope, fondata da coloni greci: insomma, era a casa!
Per tutti, Matilde Serao era “Matildella”, una ragazza non esattamente accomodante. Questo tipico modo napoletano di chiamarla smise di esistere quando fondò, dopo la separazione dal marito, “Il Giorno”. Le sue urla, durante le riunioni di redazione – che avvenivano a mezzogiorno in punto – risuonavano per la Galleria Umberto I… e creavano già aspettative per la prossima uscita. Per quei lettori come per tutti gli altri, per Napoli, per la redazione e con diverse sfumature per chi non l’aveva in simpatia, Donna Matilde fu e rimase per sempre ‘a Signora’.
La Serao fu una figura di donna profondamente complessa e piena di intime contraddizioni. Le figure femminili che prendevano vita dalla sua penna, sia di giornalista che di scrittrice, erano sempre il riflesso, sì, di un’osservazione del mondo, ma anche, e forse soprattutto, il riflesso del turbinio delle sue emozioni, di personali umiliazioni di cui restavano le cicatrici, anche quando venivano solidamente rispedite al mittente.