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“Non chiamatelo amore” del Collettivo Creativo di Latina. Antologia coordinata da Rossana Carturan

Di Cora Craus –

Quante facce ha la violenza sulle donne, quella che comunemente definiamo violenza di genere?  Perché la violenza non è solo il femminicidio, o il caso eclatante che finisce in cronaca c’è la violenza “silenziosa” come il ricatto economico, il controllo psicologico, la battuta che umilia, la battuta sessista, il silenzio imposto e poi, la cultura, la società che minimizza, purtroppo a tutti i livelli.

“Non chiamatelo amore”, un libro, un’antologia che, coordinata dalla scrittrice Rossana Carturan e arricchita da una sua preziosa prefazione, racchiude 16 racconti scritti dal Collettivo Creativo di Latina e pubblicato dalle Edizioni Smasher, il cui ricavato andrà “all’Associazione “Frida Kahlo” – Rete antiviolenza”.

I racconti trasmettono il peso emotivo, il coinvolgimento doloroso delle autrici ciascuno con un suo specialissimo stile, in poche pagine fanno “vivere” un’esperienza che tocca nel profondo e leggerle diventa un atto di lotta civile.

“Le differenze generazionali – scrive Rossana Carturan nella prefazione – diventano qui dialogo: c’è chi scrive con urgenza, chi con misura, chi con rabbia, chi con pudore. Approcci diversi che non si annullano, ma si affiancano, restituendo la complessità e la molteplicità delle esperienze.”

Il collettivo creativo di Latina attualmente è composto da 15 donne e un solo uomo e noi vogliamo partire proprio dal suo racconto: “Quella che chiamano violenza” di Luca Albanese, da questa voce fuori dal “coro”. La violenza di genere, credo che ne siamo tutti consapevoli, è un problema squisitamente di cultura maschile; il “problema” non possono essere le vittime.

Un brevissimo passo: “Non sei troppo piccola per vestirti così? È stata la frase che mi ha detto la prima volta che l’ho visto.”

“Quella che chiamano violenza” è una storia di molestie sessuali ai danni di una ragazzina di 13, una violenza subdola “dolce”, “complice”, una strategia di adescamento perpetrata da un uomo dallo smagliante sorriso e dal rassicurante ruolo di “vicino di casa”. Ho apprezzato il soffermarsi, con una narrazione semplice, sui danni emotivi, psicologici e sull’ulteriore violenza subita dalla vittima: introiettare su sé stessa il senso di colpa, di tradimento verso il carnefice, tipico di tutte le vittime di violenza. Il racconto mette in luce come il dolore e il senso di colpa possano persistere nonostante il supporto esterno, l’affetto sincero delle persone intorno. Come per tutte le violenze, le cicatrici rimarranno mute e dolorose testimonianze di qualcosa che si vorrebbe non fosse mai esistito.

Un brano del racconto “La cura” di Barbara Fabrizio.

“Avevano le pupille rivolte a me, con un misto di speranza e ammirazione. Stavano aspettando la mia formula, la mia verità e io ero lì per dargliela. Avevo il loro tempo, la loro fiducia e la loro attenzione.”.

Una storia che farà parte del mio bagaglio emotivo, un racconto dove la spietata violenza della manipolazione, la capacità di cancellare letteralmente il nucleo vitale di un essere umano, una donna, rendendola inerme, iniettando in lei il veleno del bisogno di cura, di attenzione, d’incertezza, di totale disistima, facendola sentire colpevole, inadeguata fino a spingerla a tentare il suicidio. Come sarà questo spietato mostro, quale orrenda immagine di sé nasconde? Purtroppo, un’immagine di persona “dolce”, “comprensiva” “premurosa” e, di mestiere, rassicura gli altri, li aiuta a crescere, a ritrovare fiducia in sé stessi: un mostro insidioso e letale. Il racconto mette in luce la terribile dualità di un manipolatore, la sua natura distruttiva. Ho apprezzato moltissimo la costruzione, l’analisi, la descrizione delle crepe interiori del personaggio, così tanto negativo, contrapposto alla rassicurante e ingannevole immagine pubblica.

Nel racconto di Lola Giuliano, “El viento se llevo los algodones” vivono fragilità, delusione, amore, dolore, maternità, immerse in un’atmosfera intensa e suggestiva. “Aveva Albert, non aveva bisogno di altro. Non si era accorta che stava scivolando su un sentiero insidioso che l’avrebbe portata alla solitudine, vittima di una violenza mascherata, velata, sottile, silente…” In noi è rimasta la bellezza di una scrittura poetica, di una poesia in prosa capace di farci immedesimare nello struggente dolore della storia, capace di catturare e restituire emozioni profonde, universali, intime. Le parole trasformate in pennelli per disegnare la poesia di un cuore puro e struggente.

Con il racconto “Alessia”, Patrizia Scarselletti, con uno stile asciutto da presa diretta, crea un contrasto inquietante tra la sicurezza percepita dell’ambiente domestico e la vulnerabilità della protagonista. Entrare nell’ascensore del proprio palazzo è già un sentirsi a casa, al sicuro, per tutti, forse, ancora di più, per una persona cieca… Scarselletti ci porta verso l’infimo, di un uomo perdente, sconfitto, dall’anima nera: “Lui avanzò verso di lei, sogghignò parole irrisorie. “Vieni qua, bella cecata. Ti faccio riacquistare la vista io”.

Una storia di violenza sessuale, selvaggia nel ridotto spazio di un ascensore, un luogo che, come il mare, non concede riparo. Con una tensione crescente, l’autrice ci conduce a vivere paure ataviche.  Lo spazio claustrofobico dell’ascensore diventa metafora di un incubo inesorabile. La scrittura è un richiamo alle paure primordiali che abitano l’inconscio collettivo femminile.

 Ho citato racconti a “istinto”, ma tutti i racconti dell’antologia “Non chiamatelo amore” meritano attenzione: tutti sono coinvolgenti: un viaggio nel cuore delle tenebre umane. Racconti che hanno il tratto distintivo dell’autenticità scarnificante.

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Cora Craus

Cora Craus

Giornalista